Cambiamo

 
Referendum trivelle
fermiamo i pozzi e conserviamo quegli idrocarburi
per utilizzi non energetici del prossimo futuro
 

La nostra specie si trova di di fronte ad una situazione che non ha paragoni nè precedenti in tutta la storia del genere umano: per evitare di mandare il clima terrestre completamente fuori controllo siamo chiamati ad una trasformazione globale che implica delle ristrutturazioni radicali del nostro apparato produttivo, e dei cambiamenti molto importanti nei comportamenti individuali, collettivi e istituzionali. Presso la COP21 di Parigi, 21a Conferenza ONU delle Parti sul tema del cambiamento climatico, i Governi di tutti i Paesi del mondo, tra cui l'Italia, hanno assunto degli impegni di riduzione delle emissioni davanti ai quali la dismissione progressiva di alcune piattaforme di estrazione che si trovano peraltro troppo vicine alla coste non è che un primo piccolissimo passo verso una profonda riconversione della nostra società. Al di là della combustione finalizzata alla generazione di energia che provoca l'alterazione del clima, gli idrocarburi hanno moltissimi altri usi, tra cui la produzione di farmaci, e sono una componente chimica indispensabile per il settore delle energie rinnovabili: una buona idea può essere quella di conservare i combustibili fossili presenti nel sottosuolo italiano, mantenendoli di proprietà dello Stato, con lo scopo di riservarli per futuri utilizzi non energetici.

IL QUESITO DEL REFERENDUM

I nuovi insediamenti di piattaforme entro le 12 miglia dalla costa sono stati vietati da tre decreti ministeriali (2010-2013) che hanno anche fortemente ridotto le aree marine nelle quali sono consentite delle nuove perforazioni per l'estrazione di idrocarburi [01].
Esistono 9 concessioni allocate entro le 12 miglia che coinvolgono 39 piattaforme per le quali si avrà quasi sicuramente una proroga, in quanto l'istanza di rinnovo è stata presentata quando era in vigore la vecchia normativa.
Contemporaneamente, ce ne sono altre 17 (una di queste costituisce un'eccezione in quanto una delle 5 piattaforme coinvolte si trova oltre le 12 miglia) i cui permessi andranno in scadenza nel periodo 2018-2034. Una norma introdotta nella Legge di Stabilità 2016 stabilisce che allo scadere della concessione, l'attività di queste piattaforme può continuare finchè il giacimento non si esaurisce.
Sulla base dell'iniziativa politica di nove regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) il prossimo 17 aprile 2016 è stato indetto un referendum popolare con lo scopo di decidere se abrogare la norma introdotta dalla Legge di Stabilità, ovvero se consentire oppure vietare il rinnovo di queste 17 concessioni che sono situate entro le 12 miglia marine [02].

La scelta del SI significa che NON si vogliono prorogare le concessioni
e l'attività di estrazione CESSA alla SCADENZA DEI CONTRATTI
La scelta del NO rappresenta la volontà di CONSENTIRE i rinnovi
FACENDO PROSEGUIRE l'attività di estrazione fino a fine vita del pozzo

La produzione nazionale di idrocarburi copre il 10% circa del nostro fabbisogno totale. Nello specifico, le concessioni che sono in discussione rappresentano circa il 17,6% della produzione nazionale di gas (2,1% dei consumi totali dell'Italia) e circa il 9,1% della produzione nazionale di petrolio (0,8% dei consumi totali dell'Italia) [03]. Nel caso vincesse il SI, nel periodo temporale 2018-2034, al momento in cui ciascuna delle concessioni giungerà a scadenza, le piattaforme che dipendono dal permesso non più rinnovato cesseranno la loro attività.

Occorre ricordare che queste produzioni non sono in alcun modo collegate con il soddisfacimento del fabbisogno nazionale, in quanto vengono cedute in concessione dallo stato italiano a società private a fronte del versamento di royalties pari al 7% del valore del petrolio e 10% del valore del gas che vengono estratti: per tutti gli idrocarburi prodotti sul suolo italiano, significa un introito totale di 320 milioni di euro l'anno, che va paragonato con i 14,7 miliardi di euro di sussidi statali che ogni anno l'Italia elargisce a sostegno delle fonti fossili [04]. I combustibili estratti dai suoli nazionali vengono immessi sul mercato dalle società private che li hanno acquisiti, e diventano quindi merci acquistabili alla pari di qualsiasi altra offerta esistente.

GLI IMPEGNI PER CONTENERE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Alla fine dello scorso novembre 2015 si è svolta a Parigi la COP21, 21a Conferenza ONU delle Parti sul tema del Cambiamento Climatico. In quella sede, i Capi di Stato di tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a

«mantenere l'aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, e perseguire tutti gli sforzi per limitare l'aumento della temperatura ad 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico»

Per riuscire in questo intento con una probabilità di successo del 66% il percorso prevede una riduzione delle emissioni di CO2 del 40-70% rispetto ai valori del 2010, da mettere in atto entro il 2050 (ovvero nell'arco di 34 anni da oggi), ed il raggiungimento di un sostanziale azzeramento delle emissioni nette di CO2 per il 2070 (ovvero nell'arco di 54 anni da oggi). [05].
L'Unione Europea si è assunta l'impegno di ridurre le proprie emissioni come minimo del 40% rispetto ai valori del 1990 per la data del 2030 (ovvero nell'arco di 14 anni da oggi) [06]. Il nostro Ministro per l'Ambiente Gianluca Galletti ha fatto una relazione su questo argomento in Commissione Ambiente Senato il 3 febbraio 2016 [07].

Rispetto all'impegno europeo di tagliare le emissioni di almeno il 40% nell'arco di 14 anni da oggi, una riduzione della produzione di idrocarburi del 2,9% distribuita in 18 anni da oggi (2,1% di gas + 0,8% di petrolio spalmati nel periodo 2018-2032) conseguente al mancato rinnovo di queste 17 concessioni rappresenta solo un piccolissimo passo di un profondo ed impegnativo processo di riconversione verso le energie rinnovabili che per essere compiuto richiederà sforzi ben maggiori di questo.

GLI IMPEGNI CONCORDATI ALLA COP21 SONO SUFFICIENTI?

L'accordo di Parigi prevede una revisione periodica degli obiettivi di riduzione delle emissioni ogni 5 anni, con il primo appuntamento calendarizzato per il 2023 [08]. Lo stesso accordo ammette che gli attuali impegni presi da ciascun governo non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi previsti: infatti i piani di taglio presentati dai vari Paesi (INDC, Intended Nationally Determined Contributions) portano ad un aumento entro fine secolo di circa 3°C (2,7°C-3,5°C) [09]: ricordiamo che la necessità di non superare i 2°C (la soglia di 1,5°C sarebbe più sicura, ma questo valore è troppo prossimo, e rappresenta un obiettivo ormai impossibile da realizzare) nasce dall'esigenza di evitare l'attivazione di meccanismi di rinforzo (anelli di reazione positiva) che amplificando l'intensità dei fenomeni avrebbero l'effetto di mandare il clima terrestre completamente fuori controllo, con conseguenze ambientali, socioeconomiche e geopolitiche devastanti.

Climate Interactive - Emissioni e temperature al 2100

FIG.1 - Grafico prodotto da Climate Interactive che riporta i percorsi
di riduzione delle emissioni e le corrispondenti temperature a fine secolo.

NOTA: il sostanziale azzeramento previsto dagli scenari IPCC
che va raggiunto per il 2070 riguarda le emissioni di CO2.
La curva disegnata in colore verde riguarda invece il totale
delle emissioni di tutti i gas serra espresso in CO2-equivalente

NEL FRATTEMPO, COME PROCEDE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?

Negli anni precedenti al 2014, l'incremento medio della temperatura mondiale rispetto ai valori dell'epoca preindustriale era dell'ordine di 0,85°C. A seguito delle annate di caldo record 2014-2015 nell'ottobre del 2015 è stata raggiunta l'anomalia di 1,04°C [10]. Le proiezioni per la fine del 2016 indicano un valore presunto di 1,14°C di aumento [11]. Già nel 2012, la probabilità di riuscire a stare entro la soglia dei 2°C era minore del 90%: con ogni nuova tonnellata di carbonio emesso in atmosfera, questa probabilità continua a diminuire [12]. Le previsioni di aumento del livello del mare sono di circa 1 metro per la fine del secolo [13]: questo implica un arretramento della costa adriatica di 40 km, con il risultato di trasformare Ferrara in una città di mare (vedi in questa pagina il simulatore interattivo). A causa della conformazione del territorio, l'aumento di temperatura previsto nel bacino del Mediterraneo è notevolmente superiore alla media mondiale: per il 2100 l'incremento potrebbe essere di 4-6°C, con il rischio che il 21% del suolo italiano si trasformi in un deserto [14]. Anche nel caso in cui riuscissimo a restare entro la soglia dei 2°C, in tempi molto lunghi le anomalie climatiche già create faranno aumentare comunque il livello del mare di circa 25 metri: questo infatti era il livello degli oceani riscontrabile nel Pliocene, in un periodo tra 3 e 5 milioni di anni fa, quando il livello dell'andride carbonica in atmosfera era paragonabile con quello odierno (400 parti per milione in volume). Le perturbazioni climatiche che abbiamo creato fino ad oggi perdureranno per almeno 10.000 anni a venire [15].

IL REFERENDUM DEL 17 APRILE VISTO NEL CONTESTO MONDIALE

Dai dati appena esposti risulta evidente che le nostre scelte sono gravate da enormi responsabilità nei confronti delle future generazioni, a partire dagli attuali adolescenti e bambini. Qui di seguito possiamo riassumere alcuni punti che aiutano a collocare il tema del rinnovo di queste 17 concessioni nel contesto delle politiche mondiali in termini di clima ed energia.

  • Gli impegni presi a Parigi dai Capi di Governo di tutti i Paesi del Mondo sono ancora insufficienti ad evitare che il clima terrestre vada fuori controllo
  • Questi impegni insufficienti prevedono una riduzione delle emissioni pari a circa il 2% annuo (scenario "Paris Continued") con la possibilità di passare al 5% annuo (scenario "Paris Increased"). Nel primo caso la probabilità di stare sotto i 2°C è dell'8%, mentre nel secondo è del 30% [16]
  • Il mancato rinnovo delle 17 concessioni in oggetto porterebbe ad un taglio della produzione di idrocarburi del 2,9% spalmato in un periodo di 16 anni: un contributo quindi estremamente piccolo se rapportato alle misure da adottare
  • In ogni caso, la decurtazione di idrocarburi dovuta alla eventuale chiusura degli impianti in oggetto (2,1% dei consumi totali dell'Italia) potrebbe essere larghissimamente coperta da azioni di efficientamento energetico, e nello specifico, quella di gas naturale potrebbe essere rimpiazzata dal biometano generato da discariche e scarti agricoli, sfruttabile in ragione di quattro volte la quantità che oggi viene estratta dalle trivelle [17]
  • Il mancato introito conseguente al non rinnovo di queste concessioni è stato stimato in meno di 170 milioni di euro all’anno [18], che debbono essere visti nel contesto dei 14,7 miliardi di euro di sussidi statali che vengono erogati ogni anno in Italia a sostegno delle fonti fossili [04]
  • la chiusura delle piattaforme implica una perdita di alcune migliaia di posti di lavoro spalmati in 16 anni (3mila secondo i dati ISFOL) [17]. A numeri analoghi conducono le elaborazioni di ASPO Italia [19]. Questi lavoratori possono essere facilmente assorbiti da processi di riconversione connessi alle fonti rinnovabili: a titolo di esempio citiamo l'incremento di 7mila posti di lavoro nel settore della produzione del biogas e biometano [17], i 27mila posti di lavoro che possono derivare dal potenziamento della geotermia [20], e i 100mila posti di lavoro che entro il 2030 si potrebbero creare nel settore delle rinnovabili se in Italia mutassero le linee politiche, che andando in direzione contraria, nel 2015 hanno causato la perdita di 4mila posti di lavoro nell'ambito dell'eolico [21].

Le emissioni che alimentano il cambiamento climatico sono provocate dalla combustione degli idrocarburi, che noi sfruttiamo al fine di generare energia: il petrolio e il gas naturale tuttavia sono composti chimici indispensabili in moltissimi campi come ad esempio quello della produzione di farmaci, o per la costruzione dei dispositivi che ci permettono di sfruttare sole, vento, geotermia, correnti marine e maree con lo scopo di generare energia in modo pulito e rinnovabile.

Una politica molto saggia e lungimirante sarebbe quella di non rinnovare le concessioni che sono oggetto del referendum, conservando gli idrocarburi che sussistono ancora nel nostro sottosuolo quale capitale nazionale da impiegare per utilizzi futuri non energetici [22]. I composti fossili sono una risorsa molto preziosa, che dobbiamo impiegare in maniera corretta: la lezione che dovremmo avere imparato è che non dobbiamo più bruciarli per generare quell'energia che possiamo trarre in alternativa dalle fonti rinnovabili senza ulteriormente alterare il clima del Pianeta sul quale viviamo.

RIFERIMENTI
 
 

email