Cambiamo

 
La finitezza delle risorse terrestri
Le risorse terrestri, per quanto grandi, non sono infinite: il Pianeta ha delle capacità di sostentamento limitate, che sono state ampiamente superate dall'impatto di una popolazione umana in continua crescita numerica, con un consumo procapite di risorse in costante aumento. Per poter supportare le nostre attività ci servirebbero ad oggi 1,7 Pianeti che putroppo non abbiamo: a partire dal 1970 - data in cui è stata superata la "capacità portante" - l'unico di cui disponiamo si sta rapidamente degradando, e non può continuare a sostentare per molto tempo una demografia ed un livello di consumi così alti. Le condizioni che negli ultimi 10.000 anni, nel periodo chiamato Olocene, hanno consentito lo sviluppo della civiltà umana nella forma che oggi conosciamo, da circa 5 decenni non esistono più: il drammatico calo dei livelli di biodiversità provocato dalle nostre attività ci ha portato sulla soglia della sesta estinzione di massa della storia terrestre (le prime cinque sono avvenute in epoche precedenti alla comparsa dell'uomo) e nello stesso tempo abbiamo generato un cambiamento climatico profondo, che si rivelerà man mano ai nostri occhi e perdurerà per migliaia di anni a venire. Le possibilità per la nostra specie di avere un futuro fondato sulla prosperità e sul benessere dipendono dalla nostra capacità di saper rapidamente trasformare l'attuale modello socieocenomico e le nostre abitudini individuali in qualcosa di radicalmente diverso rispetto alla cultura che oggi è vigente.
 
LA DEMOGRAFIA

Popolazione mondiale Nell'arco di due generazioni, le attività umane hanno superato la capacità del Pianeta di poterle sostenere in modo duraturo. Questo "overshoot ecologico" deriva da molti fattori, il primo dei quali è il raddoppio della popolazione terrestre che è avvenuto in quattro decenni. Al netto del bilancio tra le nascite e le morti, cresciamo di un nuovo milione di abitanti ogni 4 giorni e mezzo: nel 2038 potremmo essere 9 miliardi.
 
LE RISORSE RINNOVABILI

La specie umana, come tutte le altre specie viventi che esistono sul pianeta, ha la possibilità di sopravvivere grazie ad una serie di servizi (produzione di ossigeno, riciclo di acqua, fertilità del suolo, stabilizzazione del clima, ecc.) che vengono forniti dagli ecosistemi terrestri: la capacità di fornire questi servizi è strettamente legata alla biodiversità: quanto maggiori sono le forme viventi che abitano un ecosistema, tanto più questo risulta stabile e produttivo. A partire dall'inizio degli anni '70 la somma delle azioni umane (prelievi di risorse e rilascio di rifiuti nell'ambiente) ha cominciato ad eccedere la biocapacità terrestre (ovvero la capacità di rigenerare le risorse e quella di smaltire i rifiuti). Ad oggi, con le nostre attività superiamo la biocapacità del +60%: questa eccessiva pressione sugli ecosistemi ha cominciato a provocare una grave perdita di biodiversità (-58%), che continua a declinare mediamente del 2% all'anno: i tassi di estinzione sono fino a 1000 volte superiori al valore fisiologico di ricambio.
Impronta ecologica e Biodiversità Questa condizione ci ha portati sulla soglia della sesta estinzione di massa della storia terrestre [De Vos et al. 2014, Ceballos et al. 2015]: le prime cinque sono avvenute prima della comparsa dell'uomo e sono state prodotte da catastrofi naturali (eruzione di supervulcani, caduta di asteroidi, ecc.), questa invece è generata interamente dalle azioni umane. Noi ci preoccupiamo prioritariamente della salute della nostra economia, ma nel calcolo dei costi/benefici non teniamo conto che in questa condizione di "overshoot ecologico" la crescita dei consumi va a scapito del capitale naturale che decresce. Dobbiamo ricordarci che quello che ci mantiene in vita dal punto di vista biologico è la floridità di questo capitale; purtroppo, con le nostre attività noi siamo gli artefici della sua degradazione.
Per realizzare una condizione di sostenibilità occorre che il prelievo di risorse dall'ambiente non ecceda le sue capacità di rigenerazione, e che il rilascio di rifiuti nell'ambiente non ecceda le sue capacità di poterli smaltire.
 
LE RISORSE NON RINNOVABILI

I minerali che utilizziamo per i nostri processi produttivi, ed i combustibili fossili che oggi ci forniscono ancora l'80% dell'energia che consumiamo sono risorse non rinnovabili. Man mano che queste risorse vengono sfruttate diventano sempre più rare: non soltanto dobbiamo impiegare maggiore energia per estrarre la stessa quantità di minerali, ma dobbiamo anche impiegare maggiore energia per ottenere la stessa quantità di energia fossile. In altre parole, giorno per giorno diminuisce la convenienza nel processo di sfruttamento di queste risorse. Non ha senso quindi porci la domanda "in quanto tempo finiranno queste risorse", ma dobbiamo chiederci piuttosto "per quanto tempo saremo ancora in grado di estrarle a costi energetici e finanziari accettabili".

Il modello di sviluppo industriale nato agli inizi dell'800 con lo Sfruttamento dei combustibili fossili e
         demografia sfruttamento del carbone ha visto la sua accelerazione definitiva nel corso del secolo successivo con l'arrivo del petrolio. Questa enorme disponibilità di "energia solare concentrata" che giaceva sepolta nel sottosuolo sotto forma di idrocarburi che si erano formati ed accumulati nel corso di alcune centinaia di milioni di anni di sedimentazione ha provocato un'impennata nella demografia: la specie umana ha impiegato 200.000 anni per arrivare al primo miliardo, poi in soli 123 ha raggiunto il secondo, e nell'arco totale di 200 si è settuplicata.

Parallelamente all'impiego dell'oro nero per scopi prettamente energetici, è nato anche il settore della petrolchimica, che ha dato origine ad un'infinità di prodotti di sintesi, tra i quali i fertilizzanti e i pesticidi, che sommandosi alla meccanizzazione del lavoro fatto nei campi, hanno dato vita ad un modello di agricoltura intensiva: l'energia consumata per la coltivazione è diventata almeno 50 volte maggiore di prima, e la produttività agricola è stata incrementata di due volte e mezzo. Grazie a questa amplificazione, abbiamo potuto nutrire una popolazione in vertiginosa crescita. Il rovescio della medaglia è che ad oggi, circa il 95% del cibo prodotto sul Pianeta dipende dall'impiego degli idrocarburi: non solo ogni caloria alimentare proveniente da agricoltura intensiva richiede 10 calorie di petrolio per essere prodotta, ma i suoli concimati artificialmente con una logica intensiva si deprivano della loro componente organica, e nel tempo perdono la loro fertilità e produttività.

L'indicatore che misura la "convenienza" nei processi di estrazione dei combustibili fossili si chiama EROEI (Energy Return On Energy Invested). Negli anni '40 del secolo scorso con l'energia di un barile di petrolio eravamo in grado di estrarne altri 100 (EROEI=100). Negli anni '70 eravamo già scesi a EROEI=23. Oggi il petrolio definito "convenzionale", ovvero quello estratto con il classico pozzo di trivellazione, ha iniziato la sua fase di declino e per coprire la domanda dobbiamo integrare con metodi di estrazione "non convenzionali" come la fratturazione idraulica (fracking) e lo sfruttamento delle sabbie bituminose. Ci stiamo man mano avvicinando al valore EROEI=10, che una soglia molto pericolosa perchè oltrepassandola si entra in una fase in cui la percentuale di energia netta che si riesce a ricavare dal processo crolla molto velocemente: a quel punto, il metabolismo del nostro Sistema entra in una fase catabolica nella quale il "cibo" ovvero l'energia che è necessaria per nutrirlo non è più sufficiente.
Rapporto tra EROEI ed ENERGIA NETTA espressa in termini percentuali Dobbiamo accelerare almeno di un ordine di grandezza gli investimenti in energie rinnovabili, non soltanto per abbandonare rapidamente l'utilizzo dei combustibili fossili al fine di contenere gli effetti del cambiamento climatico, ma anche per evitare che a causa di un deficit energetico ci risulti impossibile completare la nuova, complessa infrastruttura che è necessaria per compiere la transizione verso fonti che ci forniscono soltanto energia elettrica: non si tratta soltanto di costruire pannelli fovoltaici, turbine eoliche o impianti geotermici, ma anche sistemi di accumulo, reti intelligenti, infrastrutture di trasporto e distribuzione, elettrificazione delle linee ferroviarie, colonnine di ricarica, batterie per equipaggiare i mezzi mobili, eccetera. Se non agiamo in tempo utile, finiremo di trovarci in una "condizione di mezzo" nella quale i combustibili fossili non ci sorreggono più e le energie rinnovabili non ci supportano ancora.

 
IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

In Natura avvengono continuamente dei grandi trasferimenti di carbonio tra i vari comparti (biosfera, litosfera, idrosfera, atmosfera) ma questi spostamenti sono bilanciati: per ogni azione esistono dei contrappesi che mantengono il sistema in equilibrio. Il carbonio che si trova in atmosfera sotto forma di anidride carbonica ha concentrazioni molto basse (questo gas costituisce solo lo 0,03% dell'atmosfera terrestre) ma questa piccola presenza ha un ruolo determinante ai fini del funzionamento del meccanismo serra che come un "termostato planetario" mantiene la temperatura del nostro Pianeta entro i limiti adatti all'esistenza della vita. Con lo sfruttamento massiccio dei combustibili fossili noi abbiamo attinto a serbatoi di carbonio che avevano impiegato mediamente 200 milioni di anni per formarsi: nei 200 anni di Rivoluzione Industriale che abbiamo alle spalle abbiamo bruciato una parte consistente di quel carbonio, trasferendolo repetinamente in atmosfera. La velocità di questo trasferimento ha creato un'alterazione del clima che è particolarmente significativa per la rapidità con cui sta avvenendo. La concentrazione di CO2 in atmosfera in epoca preindustriale era di 280 ppm (parti per milione in volume): nel 2018 questo valore misura 410 ppm, e a fronte dei 32-33 miliardi di tonnellate di CO2 che continuiamo ad emettere annualmente, associate ai processi di deforestazione che liberano altro carbonio, privandoci anche dell'azione di assorbimento svolta dalle piante, otteniamo come risultato un aumento di 2 ppm all'anno. Siamo i primi esemplari di Homo Sapiens a respirare con un valore di CO2 così alto: per trovare cifre simili occorre tornare indietro di almeno 3 milioni di anni. A quell'epoca le temperature erano 3-4 gradi più calde di oggi, i mari più alti di 25 metri e l'uomo non esisteva ancora. Un tasso di crescita di 2 ppm di CO2 all'anno rappresenta un valore senza precedenti, perchè anche nelle epoche di cambiamenti più rapidi, variazioni di 10 ppm hanno impiegato un migliaio di anni per compiersi. L'Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015 da tutti i Paesi del mondo impegna i Governi a «mantenere l'aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitare l'aumento di temperatura ad 1,5°C».
Per rispettare l'Accordo di Parigi dobbiamo dimezzare le emissioni al 2030 e azzerarne il bilancio netto entro il 2050. Significa limitare drasticamente la quantità di gas serra che verranno emessi in atmosfera nei prossimi decenni, puntando ogni possibile sforzo individuale e collettivo alla dismissione completa dei combustibili fossili. Facendo anche in modo che il picco delle emissioni (che ad oggi sono ancora in crescita) avvenga prima del 2020 al fine di incrementare la probabilità di rispettare l'intento di rimanere «ben al di sotto dei due gradi», se non entro il limite di 1,5C. Purtroppo l'ultimo Report dell'IPCC sul rispetto di questa soglia, rilasciato lo scorso 8 ottobre 2018, ci dice che tecnicamente sarebbe ancora possibile realizzare l'obiettivo, ma per conseguirlo sarebbe necessario un radicale cambiamento di tutte le nostre abitudini, il che implica una totale revisione della nostra cultura, e delle basi stesse del vigente modello di sviluppo, che è fondato sulla crescita continua.
Sulla base delle attuali emissioni, ad oggi ci troviamo nella traiettoria dei 4,5-5°C di aumento per fine secolo, e le proiezioni indicano come molto probabile un aumento minimo di almeno 3°C. Il problema è che superando la soglia critica dei 2°C entrano in gioco dei meccanismi di rafforzamento (feedback, o anelli di reazione positivi) che finirebbero di portare il clima fuori controllo, rendendo vani i successivi interventi di contenimento delle emissioni [Steffen et al. 2018]. Oltrepassando questa soglia i fenomeni accelerano, e le modificazioni ambientali diventano troppo rapide perchè le specie possano riuscire ad adattarsi: all'attuale stato di debolezza degli ecosistemi si andrebbero a sommare anche gli effetti del cambiamento climatico, creando le condizioni per un vero e proprio "cambio di stato" del Sistema Terrestre.

Per completezza di questa breve sintesi occorre ricordare che il cambiamento climatico non si riduce ad un semplice aumento di temperatura, ma produce un'alterazione di tutte le componenti del sistema termodinamico terrestre, portandoci a vivere in un mondo completamente diverso da quello che oggi noi conosciamo. In questa pagina del nostro sito per esempio è disponibile un simulatore per osservare le variazioni geografiche derivanti dall'aumento di livello del mare.

Meccaniche del cambiamento climatico

 
NUOVE LOGICHE DI PENSIERO

In tutta la storia dell'umanità non era mai accaduto che i rappresentanti della nostra specie raggiungessero un numero così elevato, e che nello stesso tempo ciascuno di questi individui avesse una capacità così alta di poter influire negativamente sull'ambiente. Tutte le azioni che siamo abituati a compiere quotidianamente, anche quelle apparentemente molto semplici come premere un interruttore o cibarci di un determinato alimento, transitano attraverso una catena tecnologica più o meno complessa, generando una serie di effetti secondari che sono del tutto invisibili alle nostre percezioni: putroppo, la somma di questi "piccoli contributi" che presi individualmente sembrano ininfluenti crea un risultato globale enormemente significativo. In questo senso dobbiamo imparare a ragionare secondo le logiche di un super-organismo la cui salute globale dipende dalla somma delle scelte giuste o sbagliate di ogni sottosistema che lo compone. Diventa molto difficile riuscire a concretizzare questa visione in un momento storico nel quale i vari problemi che stanno emergendo nella società tendono a frazionare piuttosto che unire, conducendo verso logiche di pensiero individualiste e nazionaliste. In un tempo molto breve l'umanità deve riuscire a sviluppare delle strategie di adattamento, prima di tutto culturali e poi di conseguenza anche pratiche, alle modificazioni forse troppo rapide per poter essere opportunamente metabolizzate, che essa stessa ha creato all'interno della propria società nel corso degli ultimi decenni. Oggi abbiamo una grande quantità di nuovi riferimenti da incorporare nel nostro bagaglio culturale, che implicano anche delle limitazioni e delle prese di responsabilità fino a ieri del tutto inedite: per esempio, da un punto di vista spazio-temporale, dobbiamo riuscire a realizzare che le azioni quotidiane di ogni individuo che vive in un modo industrializzato non influenzano soltanto il tempo presente e lo spazio locale, ma mostrano i loro effetti con ritardo, hanno conseguenze su tutto il Pianeta, e provocano delle alterazioni che durano poi per diversi millenni [Clark et al. 2015].

Non c'è dubbio che in questo momento storico l'umanità sia chiamata a compiere una nuova, grande rivoluzione copernicana: dall'esito di questa rivoluzione e dalla rapidità con cui riusciremo a compierla dipendono le sorti del nostro percorso di evoluzione.

 
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