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La finitezza delle risorse terrestri
Le risorse terrestri, per quanto grandi, non sono infinite: il pianeta ha delle capacità produttive limitate, che sono state ampiamente superate dall'impatto di una popolazione umana in continua crescita numerica, con un consumo procapite di risorse in costante aumento. Le condizioni che negli ultimi 10.000 anni, nel periodo chiamato Olocene, hanno consentito lo sviluppo della civiltà umana, da 40 anni non esistono più: il calo drammatico del tasso di biodiversità ci ha portato all'interno della sesta estinzione di massa della storia terrestre (le prime cinque sono avvenute in epoche precedenti alla comparsa dell'uomo), e contemporaneamente abbiamo provocato un cambiamento climatico profondo, che perdurerà per decine di migliaia di anni a venire. Le possibilità di avere un futuro risiedono nella nostra capacità di saper rapidamente trasformare il nostro modello socieocenomico e le nostre abitudini individuali in qualcosa di radicalmente diverso rispetto alla vigente cultura.
 
LE RISORSE RINNOVABILI

La specie umana, come tutte le altre specie viventi che esistono sul pianeta, ha la possibilità di sopravvivere grazie ad una serie di servizi (produzione di cibo, riciclo di acqua, stabilizzazione del clima, assesto idrogeologico, riciclo dei nutrienti, ecc.) che vengono forniti dagli ecosistemi terrestri: la capacità di fornire questi servizi dipende dalla buona funzionalità dei medesimi, e in ogni caso non è illimitata. Il nostro modello di sviluppo e la nostra attuale cultura prescindono completamente dall'esistenza di questi limiti. A partire dalla metà degli anni '70 i nostri prelievi di risorse dall'ambiente hanno cominciato ad eccedere la biocapacità terrestre, ed oggi la superano del 50%: significa che la Terra ci mette un anno e mezzo a rigenerare quello che noi consumiamo in un anno. La pressione esercitata dalle nostre azioni sugli ecosistemi è diventata insostenibile, ed ha cominciato a provocare una grave perdita di biodiversità. Il valore medio di declino calcolato su tutto il pianeta è oggi del -52%, ma in zone cruciali come quella tropicale si registrano declini del -83%, che sono drammatici. A livello planetario, i tassi di estinzione sono fino a 1000 superiori al valore fisiologico: ogni ora, spariscono dal globo quasi tre specie. Questa condizione, generata interamente dall'azione umana, ci ha portato all'interno della sesta estinzione di massa della storia terrestre: le prime cinque sono avvenute in epoca antecedente alla comparsa dell'uomo, e hanno causato la quasi totale estinzione della vita sulla Terra, che poi gradatamente, nel corso dei millenni, ha ricominciato a rinascere. Tra le specie che rischiano di scomparire c'è ovviamente anche la nostra: il drastico calo della biodiversità sta sottraendo funzionalità agli ecosistemi, che stanno perdendo la loro capacità di erogare quei servizi di base che per la nostra sussistenza risultano essenziali.
Impronta ecologica e Biodiversità
 
LE RISORSE NON RINNOVABILI

I minerali che utilizziamo per i nostri processi produttivi sono risorse non rinnovabili, delle quali molte si trovano nella fase di declino: la risorsa esauribile più cruciale, sulla quale abbiamo imperniato tutto il nostro sistema, sono sicuramente i combustibili fossili. Il modello di sviluppo industriale nato nell'800 con lo sfruttamento del carbone ha visto la sua accelerazione definitiva nel corso del secolo successivo, con l'arrivo del petrolio. Non era mai successo che l'uomo avesse a disposizione una fonte di energia così potente a costi così bassi: nel giro di pochi decenni il volto del pianeta si è completamente trasformato, e la popolazione mondiale è raddoppiata, passando dai 3 miliardi del 1960 ai 6 miliardi del 1999. Parallelamente agli impieghi termici dell'oro nero, è nato un settore completamente nuovo, la petrolchimica, che ha dato origine ad un'infinità di prodotti di sintesi, tra i quali i fertilizzanti e i pesticidi, che sommandosi alla meccanizzazione del lavoro fatto nei campi, hanno dato vita ad un modello di agricoltura intensiva: l'energia consumata per la coltivazione è diventata almeno 50 volte maggiore di prima, e la produttività agricola è stata incrementata di due volte e mezzo. Grazie a questa amplificazione, si è potuta nutrire una popolazione in vertiginosa crescita. Il rovescio della medaglia è che ad oggi, il 95% del cibo prodotto sul pianeta dipende dall'uso degli idrocarburi: ogni caloria alimentare proveniente da agricoltura intensiva richiede 10 calorie di petrolio per essere prodotta. I giacimenti migliori di questa risorsa sono stati sfruttati per primi, la produzione è salita rapidamente, ma si è giunti ad un punto chiamato picco, comune allo sfruttamento di qualsiasi risorsa non rinnovabile che venga estratta dall'ambiente terrestre, nel quale la scoperta di nuove fonti a buon mercato inizia a declinare: i costi di estrazione e raffinazione cominciano a crescere, la quantità di prodotto disponibile sul mercato diminuisce, e la sua quotazione inizia progressivamente a salire.
Peakoil: picco della produzione di petrolio
Ad oggi esistono ancora riserve consistenti di petrolio, ma l'era dell'energia a buon mercato è definitivamente finita. Il cambiamento della disponibilità di questa fondamentale risorsa ha dato il via ad una contrazione dell'economia, che inevitabilmente ha iniziato a ridimensionarsi. Attualmente stiamo cercando di colmare il deficit di greggio con i petroli non convenzionali (sabbie bituminose, scisti), e con i biocarburanti: i primi richiedono per l'estrazione delle tecniche speciali, molto costose ed estremamente inquinanti, mentre i secondi non sono comunque indipendenti dal petrolio, utilizzano delle risorse alimentari, e sottraggono suolo all'agricoltura. Nè l'una nè l'altra strada costituiscono una soluzione. Il cammino da percorrere passa attraverso una rapida transizione verso le energie rinnovabili, accoppiata con modi più intelligenti e risparmiosi di spostarsi, di scaldarsi e di alimentarsi. Occorre ricordare infatti che le energie rinnovabili non devono essere considerate come un diretto sostituto del petrolio, perchè non ci daranno l'opulenza energetica alla quale ci ha abituati il vigente modello, che è basato sullo spreco: la transizione verso nuove forme di energia non può prescindere da una rivoluzione culturale che risulta essere, specialmente nel nostro paese, molto lenta e difficoltosa. L'opinione pubblica, e troppo spesso anche le istituzioni, non riescono a percepire l'urgenza del cambiamento, che diventa indispensabile perchè ogni giorno di ritardo nella dismissione dei combustibili fossili peggiora la condizione climatica, che con tutte le sue pesanti ripercussioni socioeconomiche e geopolitiche, che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli.
 
I MUTAMENTI CLIMATICI

I giacimenti di combustibili fossili non sono altro che riserve di energia solare, che è stata accantonata sottoterra dal sistema terrestre sotto forma di energia chimica (carbonio sedimentato): proprio come tanti spiccioli, che vengono accumulati giorno per giorno dentro a un salvadanaio, fino a formare una fortuna. Noi abbiamo trovato questo tesoro sepolto e abbiamo cominciato massicciamente a sfruttarlo: in soli 200 anni (dalla Rivoluzione Industriale ad oggi) abbiamo ritrasferito in superficie una parte consistente del carbonio che aveva richiesto centinaia di milioni di anni per accumularsi. La repentinità della nostra azione di trasferimento e di combustione, associata anche al carbonio coinvolto nell'azione di distruzione sistematica delle foreste, ha liberato anidride carbonica (CO2). L'aumento di concentrazione di questo, e anche di altri gas serra molto pericolosi connessi con le nostre attività produttive, come il metano (allevamenti intensivi) e il protossido di azoto (fertilizzanti agricoli) hanno causato degli squilibri nel sistema termodinamico terrestre. Fino ad ora non abbiamo smesso di estrarre e bruciare petrolio, nè abbiamo cambiato significativamente le nostre strategie al fine di contenere le emissioni, e ci troviamo oggi a fronteggiare un cambiamento climatico che ogni giorno si dimostra più rapido e più grave di qualsiasi pessimistica previsione. La concentrazione di anidride carbonica in epoca preindustriale era di 280 ppmv (parti per milione in volume). Oggi è di 400 ppmv, un valore che sulla Terra non si registrava da 3 milioni di anni. A quell'epoca le temperature erano di 3-4 gradi più calde di oggi, i mari 25 metri più alti, e l'uomo non esisteva. L'aumento attuale della concentrazione è di +2 ppmv all'anno, che rappresenta un tasso di crescita senza precedenti, in quanto anche nelle ere di cambiamenti climatici più intensi, incrementi di 10 ppmv hanno richiesto almeno 1.000 anni per compiersi.
Concentrazione di CO<sub>2</sub> e aumento di temperatura
Rispetto ai valori preindustriali, la temperatura media del globo è aumentata pad oggi di 1,04 °C. In occasione della 21a Conferenza ONU delle Parti sul Clima, che si è tenuta a Parigi lo scorso novembre 2015, i Capi di Stato di tutti i Paesi del mondo [vedi qui] hanno sottoscritto un documento di impegno a restare «ben al di sotto dei 2°C» facendo tutto il possibile «per limitare l'aumento della temperatura ad 1,5C»: questi valori rappresentano infatti la soglia critica che non bisogna superare (un grado di questo intervallo lo abbiamo già guadagnato) se si vuole evitare che il clima terrestre vada completamente fuori controllo. Per poter raggiungere questo obiettivo, nel 2070 il bilancio netto delle emissioni di anidride carbonica deve essere pari a zero: questo ci obbliga ad un rapidissimo processo di abbandono dell'utilizzo di combustibili fossili: da un punto di vista tecnico questa transizione è realizzabile, ma occorre che esista una forte volontà politica da parte delle Istituzioni, ed una forte motivazione etica e sociale da parte dei singoli cittadini.
 
NUOVE METODOLOGIE DI PENSIERO

In tutta la storia dell'umanità non era mai accaduto che i rappresentanti della nostra specie raggiungessero un numero così elevato, e che nello stesso tempo ciascuno di questi individui avesse una capacità così alta di poter influire negativamente sull'ambiente. Tutte le azioni che siamo abituati a compiere quotidianamente, anche quelle apparentemente molto semplici come premere un interruttore o cibarci di un determinato alimento, transitano attraverso una catena tecnologica più o meno complessa, generando una serie di effetti secondari che sono del tutto invisibili alle nostre percezioni: putroppo, la somma di questi "piccoli contributi", che presi individualmente sembrano ininfluenti, crea un risultato globale enormemente significativo. Nel contesto di un mondo altamente industrializzato come quello in cui viviamo, ciascun gesto, servizio o abitudine che contribuisce a migliorare il nostro benessere individuale, può diminuire in misura più o meno incisiva il benessere collettivo, attraverso le ripercussioni negative esercitate dal sistema produttivo sull'ambiente. Quando - come nel caso dei cambiamenti climatici e dell'esaurimento delle risorse terrestri - il benessere collettivo scende fino a raggiungere livelli emergenziali, cade il beneficio di qualsiasi benessere individuale che possiamo avere conquistato. Oggi ci troviamo pericolosamente vicini a questa soglia.
Per poter uscire dalla drammatica situazione che caratterizza questo momento storico, occorre introdurre nella cultura contemporanea un nuovo parametro. L'attuale modello socioeconomico ci ha abituati a valutare la convenienza degli oggetti e dei servizi sulla base del loro prezzo commerciale: questo valore ci dice se possiamo permetterci o no di acquistarli, ma non ci dà alcuna misura del danno ambientale che viene prodotto da ciascuna delle nostre scelte, o da altre simili che a parità di risultato potrebbero creare un minore degrado al patrimonio collettivo. Se non impariamo a minimizzare gli effetti secondari che derivano dalle nostre azioni, continueremo a sommare dei contributi negativi, peggiorando una situazione che è già enormemente critica. Il mezzo attraverso il quale ciascun consumatore può acquisire consapevolezza dei complessi meccanismi che egli muove con le proprie decisioni è quello di una seria e corretta informazione: ogni cittadino deve essere messo in condizione di pianificare autonomamente e responsabilmente le proprie strategie, valutando se un'operazione puramente commerciale come l'anteposizione del prefisso "eco" al nome di un prodotto o di un servizio li rende effettivamente innocui nel caso di un consumo su larga scala.

Oggi sappiamo tutto di tutto, siamo aggiornati su mille argomenti, ma dobbiamo riabituarci ad indagare, ad approfondire certi concetti essenziali, recuperando il perduto rapporto con quel bene comune di importanza fondamentale che è rappresentato dalle risorse terrestri: a monte di qualsiasi sistema economico che possiamo averci costruito sopra, queste costituiscono inequivocabilmente la base primaria del nostro benessere e della nostra sopravvivenza.
 
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