di Emily Spence
Recentemente, Glen Sweetnam, dirigente del reparto International,
Economic and Greenhouse Gas della Energy Information Administration
alla DoE [NDT: US Department of Energy],
ha annunciato al mondo intero che la disponibilità di petrolio ha
raggiunto un "plateau" [NDT: si riferisce
al picco di Hubbert, ossia al punto di massima estrazione del petrolio oltre
il quale, secondo il geofisico Hubbert, ci attende una inarrestabile decrescita
della produzione petrolifera]. Tuttavia, le sue dichiarazioni non sono
state rese pubbliche dai più importanti media americani di larga
diffusione. Invece la notizia viene trattata da Le Monde
in questo modo.
Potremmo credere che la valutazione degli U.S.A. sulla decrescita
della produzione petrolifera sia stata esposta tramite questa
pubblicazione specifica, forse dovuta a qualche tipo di accordo tra
Barack Obama e Nicolas Sarkozy (forse è un modo indiretto per avvertire
la Francia tenendo però all'oscuro la maggior parte degli americani su
questo argomento, affinchè, ignari di tutto, possano andare avanti come
al solito. Dopo tutto, nessuna prognosi destabilizzante deve disturbare
il loro lento ritorno alle vie del consumismo sfrenato che rafforza
l'economia, soprattutto quella cinese, dalla quale il governo federale
degli Stati Uniti dipende per i prestiti).
Tutto sommato, nei notiziari dell'Inghilterra, dove vivo, non c'è
stato per quanto ne so neppure un servizio di 10 secondi riguardo al
messaggio di Glen Sweetnam. Quando veniva fatta una tale dichiarazione,
i giornalisti inglesi parlavano della recente alluvione, ancora ...e ancora.
Allo stesso modo, nessun giornalista impegnato a discutere
dell'inondazione ha osato mettere in chiaro che il peggioramento delle
condizioni atmosferiche è legato alle conseguenze del cambiamento
climatico e che tali conseguenze sono legate anche al petrolio.
Inoltre, immaginate che effetto potrebbe fare sul Dow o sul Nasdaq se
le valutazioni di Glen Sweetnam si diffondessero in tutta l'America, magari
assieme ad un dibattito sui rami economici collegati.
Quali sono le impicazioni? In
Life After Growth,
Richard Heinberg, ricercatore anziano in sede al Post Carbon Institute
[NDT: associazione no-profit che fornisce
informazioni e analisi sullo sviluppo sostenibile], afferma:
«In effetti, dovremo creare una "nuova normalità" che si
adatti alle limitazioni imposte dall'esaurimento delle risorse naturali.
Mantenere la "vecchia normalità" non è
una scelta possibile; se non troveremo nuovi obiettivi per noi e se non
progetteremo la nostra transizione da un sistema basato sulla crescita
economica ad una sana economia dell'equilibrio, finiremo per instaurare
comunque una "nuova normalità", tuttavia meno desiderabile,
le cui tracce possono già essere lette nella crescita della disoccupazione,
nel gap crescente tra i ricchi e i poveri e nelle sempre più frequenti
e più gravi crisi finanziarie e di governo - tutti fattori che
provocano un profondo disagio agli individui, alle famiglie e alle
comunità»
In altre parole, dobbiamo smetterla di illuderci che la crescita
economica possa essere perpetua e dobbiamo trovare un altro modo di
vivere da ora in avanti. Dobbiamo smettere di far finta che tutto vada
bene soltanto perchè la nostra visione miope della vita non riesce
a farci scorgere nessun crollo maggiore nel futuro più immediato.
Le conseguenze del non guardare in faccia la realtà sono palesi.
Invece di mettere la testa sotto la sabbia, è decisamente meglio
guardare lontano e vedere i mostri che stanno arrivando in modo da
poter attuare delle contromisure significative. Una reazione adeguata è
preferibile all'attaccarsi ciecamente, di certi personaggi o di certi
gruppi, agli stessi modelli, che potrebbero anche aver funzionato in
passato, ma non sono più attuabili in modo proficuo (quei leader
dalla vista corta che cercano di spremere le ultime gocce di petrolio dalla
terra per perseguire obiettivi commerciali di portata globale sono un
chiaro esempio).
Certamente la realtà non ha niente a che fare con sogni ed utopiche
speranze, senza contare il livello che ci stanno imponendo, dovuto ad
una fiducia eccessiva o ad altre ragioni. Un'ostinata adesione ai capricci
e alle scelte del passato semplicemente non funzionerà in queste
circostanze. Come suggerisce John Adams, «I fatti non si discutono;
e qualsiasi siano le nostre speranze, le nostre inclinazioni o gli imperativi
delle nostre passioni, non si possono alterare lo stato dei fatti e
l'evidenza»
Allo steso tempo, i nostri standard di vita attuali dipendono chiaramente
dalla nostra capacità di consumare enormi quantità di
combustibili fossili, inclusi un numero di barili di petrolio all'anno
stimato intorno ai 30 miliardi, mentre circa il 40% del consumo di energia
globale proviene dal petrolio. Al contrario, coloro che non hanno accesso
a tali ricche risorse energetiche, sia nelle nazioni sviluppate che in
quelle in via di sviluppo, mettono in relazione legittimamente la prosperità
e l'accesso ai beni materiali con l'uso di combustibili fossili.
Dopo tutto, nessun sostituto "verde" può arrivare anche
solo vicino alla densità energetica ottenuta con i derivati dei carburanti
fossili. A questo proposito, Robert Bryce, caporedattore dell'"Energy
Tribune" e autore di un libro appena pubblicato,
Power Hungry: The Myths of "Green" Energy, and the Real Fuels of the Future,
fa notare in Let's Get Real About Renewable Energy
nella versione online del WSJ [NDT: Wall Street
Journal]: «Possiamo raddoppiare l'energia solare e quella eolica,
e poi raddoppiare di nuovo. Dipenderemo ancora dagli idrocarburi»
Dal suo punto di vista, la ragione è che non potremo mai, in un
tempo ragionevole, raggiungere l'enorme quantità di energia necessaria
attraverso mezzi alternativi. Allo stesso modo, «[le energie rinnovabili]
non possono fornire la potenza di base, ovvero il quantitativo di elettricità
richiesto per soddisfare la domanda dei consumatori americani»
Allo stesso tempo, l'accesso ai combustibili fossili sarà sempre più
la causa principale di piccoli e grandi conflitti in tutto il mondo,
mentre i maggiori contendenti (specialmente U.S.A, Cina e Russia)
useranno sempre di più la violenza per guadagnare vantaggio sui propri
rivali. A questo proposito, le attuali guerre nel Medio Oriente e
nell'Africa sono minuscole se messe a paragone con i conflitti che ci
aspettano.
Inoltre, l'incombente crollo della produzione petrolifera causerà
un aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti, dei servizi e degli
alimenti che dipendono dal petrolio. Inoltre i derivati del petrolio
sono fondamentali per i fertilizzanti, i pesticidi, i diserbanti, il
trasporto delle merci nei mercati, la maggior parte delle operazioni di
imballaggio della merce (per esempio, la realizzazzione di contenitori,
in aggiunta alle operazioni di imbottigliamento e inscatolamento) e
ovviamente i macchinari operativi delle industrie.
Considerato tutto questo, immaginate le industrie abbandonate senza
sufficiente petrolio. Sarebbero ugualmente in grado di fornire
abbastanza cibo per 7 miliardi di persone? Come farebbero a rifornire
nove dei dieci miliardi di persone che popoleranno la terra più
o meno nel giro dei prossimi quarant'anni?
Henry Kissinger ha affermato:
«Chi controlla il cibo controlla le persone; chi controlla l'energia
può controllare tutti i continenti; chi controlla il denaro può
controllare il mondo» Tuttavia, ha forse dimenticato che il nostro
cibo e in pratica ogni industria e la finanza sono strettamente legati
all'energia e questa, a sua volta, è legata ai carburanti fossili.
Secondo un inchiesta di
Greenpeace USA
pubblicata il mese scorso, «Circa il 71% dell'elettricità in U.S.A.
proviene dai carburanti fossili, di cui il 53% deriva dal carbone. Del
rimanente, il 21% è generato dall'energia nucleare, il 15% dal gas
naturale, il 7% dall'acqua e meno del 2% dalle altre fonti rinnovabili.
Come risultato di questo miscuglio, gli U.S.A. emettono più di 2500
milioni di tonnellate di CO2 (MMtCO2) ogni anno»
Per di più, il carbone e i gas che possono essere convertiti in
energia non costituiscono fonti inesauribili. Dunque, alla luce del
nostro dilemma energetico, che cosa possiamo aspettarci per il futuro?
Secondo Thomas Wheeler in
It's the End of the World as We Know It,
«è chiaro che le zone residenziali di certo non sopravviveranno
alla fine del petrolio a basso costo e del gas naturale. In altri termini, la
decrescita dell'America - volontaria o no - sar&afrave; la tendenza del futuro.
Si preparano profondi cambiamenti nel ventunesimo secolo. Il crollo
imminente della civiltà industriale ci costringerà ad organizzare
le comunità umane in un modo assolutamente diverso dall'attuale sistema
globalizzato che risulta non ecosostenibile, altamente centralizzato e
distruttivo per l'ecosistema. Abbiamo bisogno di instaurare un sistema
decentralizzato e localizzato, con comunità più piccole e
a misura d'uomo, che possano sostenere se stesse grazie alle risorse del
proprio territorio. La civiltà industriale e le zone residenziali
si basano sulle risorse energetiche a basso costo per poter crescere ed
espandersi. Quest'era sta giungendo al termine. Uno dei nostri compiti
più importanti attualmente è prepararci ad uno stile di
vita totalmente differente».
Eppure, Barack Obama e le sue corti hanno incautamente deciso di
estendere il nostro periodo di dipendenza dal petrolio senza cambiare
nulla, invece di usare una significativa parte di esso, oltre ad
un'abbondante quantità di fondi federali, per instituire una
fondazione risoluta che si occupi dell'approvvigionamento di energie
alternative e di fronteggiare gli enormi cambiamenti sociali che stanno
per verificarsi. In altre parole, sono ancora intrappolati in un estremo
tentativo di sostenere l'industria globalizzata (compreso il mercato
del lavoro offshore e le enormi reti di trasporto) invece di preparare
la società ad un nuovo stile di vita successivo alla decrescita
della produzione petrolifera, mettendo al primo posto i diritti umani
e lo sviluppo di comunità regionalizzate.
Sicuramente, favorire un tale cambiamento costruttivo aiuterebbe
l'America a tutti i livelli. La ragione è che dirottare la ricchezza
dalle terrificanti guerre per l'energia, dal commercio su vasta a scala
e dal salvataggio di corporazioni pericolose alla creazione di solide
basi economiche fortemente centralizzate porterebbe numerosi benefici.
Questa operazione potrebbe generare lavoro, proteggere le materie prime
e gli ambienti naturali in cui si trovano le comunità e tenere
a freno l'uso di combustibili fossili finchè molti prodotti
saranno creati ed usati localmente. Potrebbe inoltre condurre singoli
individui e gruppi ad acquisire le competenze necessarie a creare una
gamma variegata di prodotti, e porterebbe a promuovere lo sviluppo delle
cooperative e di altre innovative organizzazioni come Simple Gifts
Farm, rafforzando l'economia statunitense a livello globale.
Inoltre, i programmi di sostegno delle multinazionali sono
evidentemente dannosi per il benessere dell'ambiente e per la
moltitudine delle società sparse per il mondo. Permettono infatti
che la classe più benestante continui ad accumulare guadagni
sbalorditivi alle spese degli altri. In questo modo, molte persone affrontano
il crescente deteriorarsi delle condizioni di vita mentre, allo stesso
tempo, l'ambiente che li circonda viene distrutto dal saccheggio di
risorse e dai disastri naturali.
Come sostiene Bruce Sterling, «Nessuna civiltà può
sopravvivere alla distruzione materiale della sua base di risorse»
Infatti, sono stati costruiti sistemi energetici chiusi e diretti ad uno
sviluppo sfrenato, senza curarsi del fatto che tali sistemi provocano
l'aumento della popolazione, del consumo di risorse e della domanda
energetica.
I risultati dell'oltrepassare i limiti sono senza dubbio chiari.
Includono invasioni armate e il saccheggio delle risorse di quelle
popolazioni meno capaci di difendere i propri beni e le proprie terre
dagli aggressori, senza contare la diminuzione della disponibilità
di prodotti importanti quando si raggiunge una soglia massima e, infine,
nonostante tutto, la diminuzione dei guadagni.
Allo stesso modo, ogni membro del governo che si battesse a
favore di una riduzione del consumo energetico e del commercio
globalizzato commetterebbe un suicidio politico. Dovrebbe
inoltre far fronte ad un pubblico ostile, tra cui industriali e
proprietari di aziende agricole, e verrebbe isolato sia dai lobbisti
che dai finanziatori delle campagne di rielezione.
Contemporaneamente, è evidente che le "porte girevoli"
della politica tra esecutivi delle aziende, politicanti e burocrati,
spesso legati a potenti magnati, esistono senza alcun dubbio e conducono
anche, in alcuni casi, a conflitti di interesse
[NDT:
Regulatory Capture
nell'originale]. Il risultato complessivo
di tale modello è la crescita incontrollata dello sfruttamento
aziendale, della frode e della fame di potere, mentre la popolazione
intera viene progressivamente destituita. Intanto, la classe più
elevata, senza misure legislative importanti che agiscano sul libero
mercato, ottiene un controllo sempre maggiore sulle risorse del mondo
intero e i mezzi finanziari per conquistare un potere sempre maggiore
in futuro.
Allo stesso modo, il sistema globale fa sì che i padroni del
business internazionale vadano alla ricerca di manodopera a costo
sempre più basso, ovunque esiste, e anche se comporta lavoro minorile
e condizioni lavorative pericolose, oltre alla ricerca
affannosa di nuovi consumatori e di enormi quantità di materie prime
arraffate nei paesi in via di sviluppo dotati di una debole (quando
presente) regolamentazione sulla salvaguardia delle risorse. Inoltre,
vengono abbandonati quei paesi in cui i materiali desiderati, se non
sono già stati saccheggiati, sono protetti da rigide leggi governative.
Contemporaneamente, l'offerta di lavoro continua a diminuire quando gli
standard salariali minimi non sono in assoluto i più bassi da trovare
o non ci sono più nuove risorse da sfruttare.
A questo proposito, Jan Lundberg sostiene, in
The People Of The Brook Versus Supermarket Splendor,
«Le relazioni sociali oggi sono basate sulla tolleranza della tirannia:
pericolosi progetti di guadagno industriale, mancata trasparenza sulla
proprietà di azioni di grandi patrimoni e una ricchezza finanziaria
astronomica. Appena il castello di carte del picco del petrolio cadrà,
nuove strutture sociali saranno (ri)stabilite. C'è un numero crescente
di persone che attende la fine della tirannia della falsa ricchezza e
dell'arroganza civile»
Chiaramente, le nostre scelte per il futuro che vogliamo creare saranno
determinate ampiamente dalla limitazione dell'uso del petrolio e di
altre risorse. Ne risulta in conseguenza che noi possiamo o sostenere
ancora un uomo che persegue un indirizzo politico per cui solo i soggetti
più potenti e ricchi hanno accesso ad abbondanti quantità di
risorse energetiche costose e di beni materiali, oppure possiamo promuovere
la deglobalizzazione, che porta ad una condivisione equa delle risorse,
alla creazione di posti di lavoro, al rafforzamento dei legami
comunitari, alla realizzazione di basi di risorse locali che non siano
eccessive, e alla creazione di pilastri sociali che non aumentino il
divario tra i ricchi ed i poveri.
La seconda opzione, inoltre, ci protegge contro gli ormai sempre più
frequenti collassi finanziari determinati dal sistema di boe. In questo
sistema, una boa che si abbassa di livello, quando altre boe sono
agganciate ad una che sta affondando, trascina le altre verso il basso
così che le boe più vicine sono per lo più tirate
sul fondo. In altri termini, immaginate cosa potrebbe accadere se l'economia
di un Paese, i suoi beni, il suo benessere sociale e così via fossero
legate in maniera precaria a dei partner in crisi. Sarebbe un sistema
strutturalmente sicuro?
Tutto sommato, è facile notare che gli individui e i Paesi che
se la passano relativamente meglio nella recessione in corso sono quelli
i cui pilastri finanziari sono stati largamente isolati dalle influenze
delle altre nazioni. Inoltre, le nazioni pi&uhtave; immuni alla crisi
tendono ad orientarsi al servizio dei bisogni della propria popolazione
e sono inoltre molto regionalizzate, oltre ad essere generalmente caratterizzate
da piccole, semplici e più gestibili economie; gli U.S.A. e le altre
nazioni dovrebbero, a mio parere, seguire l'esempio di queste economie il
più possibile.
Infine, secondo Charles T. Maxwell «I Leader delle nostre nazioni
hanno tre possibilità principali: impadronirsi dei giacimenti
petroliferi altrui fino a spogliarli; andare avanti fino a quando le luci
si spegneranno e gli americani si congeleranno al buio; o cambiare il
nostro stile di vita attraverso il risparmio energetico e investendo
largamente nelle fonti rinnovabili» Io vorrei aggiungere a questo
punto di vista che i nostri leader e tutti noi dovremmo, in un
tempo ragionevolmente breve, cominciare a creare comunità
indipendenti ed ecosostenibili, che siano durevoli e flessibili in modo
tale da sopportare ragionevolmente le dure forse esterne, come la mancanza
di quantità sufficienti di petrolio o, almeno, l'inevitabile
crescere dei prezzi che si verificherà dopo il picco del petrolio.
Solo se faremo questo con successo potremo evitare le conseguenze peggiori
dei gravi deficit»
Nell'attuale fase del picco della produzione petrolifera, abbiamo un
periodo di stabilità in cui il petrolio è ancora ad un prezzo
ragionevole e in un quantitativo abbondante. Allo steso tempo, non
possiamo aspettarci che i leaders dei nostri governi favoriscano la
fine della dipendenza dal petrolio, tenendo conto del fatto che sono
controllati dalla logica del profitto. Per questo, spetta ai cittadini
comuni creare le riforme necessarie per un economia locale e per lo
sviluppo sociale. Se questa impresa non verrà portata avanti
attivamente in modo adeguato, il risultato inevitabile, come sostiene
Dmitry Orlov in «The Five Stages Of Collapse», sarà
il caos.
Titolo originale: "Peak Oil: Are We Heading
Towards Social Collapse?"
Articolo orginale:
www.countercurrents.org/spence100410.htm
Fonte: countercurrents.org
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Francesca
Articolo tradotto su Comedonchisciotte.org:
qui
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